La violenza della TV e del cinema nella vita quotidiana: la reputazione del grande e piccolo schermo che si è fatta negli anni
La violenza è una componente strutturale della storia umana e, di conseguenza, delle sue rappresentazioni culturali. Dalle pitture rupestri fino ai media audiovisivi contemporanei, l’essere umano ha sempre sentito il bisogno di raffigurare il conflitto, l’aggressione, la sopraffazione e la morte.
Con l’avvento della televisione prima e del cinema poi, questa rappresentazione ha assunto una forza inedita, capace di entrare quotidianamente nella vita delle persone, influenzandone la percezione del mondo, delle relazioni e persino di sé stesse.
Cinema e televisione non si limitano a “mostrare” la violenza: la mettono in scena attraverso linguaggi estetici complessi, che combinano immagini, suoni, montaggio, ritmo e identificazione emotiva. Questo rende l’esperienza dello spettatore profondamente immersiva. A differenza delle arti tradizionali, il mezzo audiovisivo possiede una particolare capacità di simulare la realtà, generando un senso di autenticità che porta lo spettatore a vivere ciò che vede come se fosse, almeno in parte, reale. È proprio questa caratteristica a rendere il rapporto tra violenza mediatica e vita quotidiana così problematico.
Nella società contemporanea la violenza reale è sempre più nascosta, regolata, allontanata dallo spazio pubblico. Le esecuzioni, le punizioni corporali e molte forme di brutalità sono state espulse dalla quotidianità visibile. Parallelamente, però, la violenza mediatica è diventata onnipresente. Telegiornali, serie TV, film, piattaforme streaming e contenuti digitali espongono costantemente lo spettatore a immagini di aggressione, crimine e distruzione. Si crea così un paradosso: meno violenza vissuta direttamente, più violenza consumata simbolicamente.
Questa esposizione continua produce diversi effetti. Uno dei più discussi è l’assuefazione. La ripetizione costante di scene violente tende a ridurre la risposta emotiva dello spettatore. Ciò che inizialmente provoca shock, disgusto o paura, col tempo diventa familiare, normale, quasi neutro. Nella vita quotidiana questo può tradursi in una minore sensibilità verso la sofferenza altrui, in una riduzione dell’empatia e in una percezione distorta della gravità degli atti violenti. La violenza, da evento eccezionale, rischia di diventare una componente ordinaria del racconto del mondo.
Un altro aspetto cruciale riguarda il meccanismo dell’identificazione. Cinema e televisione costruiscono personaggi con cui lo spettatore entra in relazione emotiva. Quando questi personaggi sono violenti, ambigui o moralmente discutibili, il pubblico può trovarsi a simpatizzare per loro, a giustificarne le azioni o a viverle come una forma di riscatto simbolico. Questo non significa automaticamente che lo spettatore imiterà tali comportamenti nella realtà, ma implica una partecipazione emotiva che può lasciare tracce durature nel modo di interpretare i conflitti quotidiani.
Le neuroscienze hanno mostrato come la visione di azioni, anche fittizie, attivi nel cervello meccanismi di simulazione incarnata. I cosiddetti neuroni specchio rispondono non solo quando compiamo un’azione, ma anche quando osserviamo qualcun altro compierla. Questo significa che il corpo e la mente reagiscono alla violenza cinematografica come a un’esperienza parzialmente vissuta. Il battito cardiaco accelera, la tensione muscolare aumenta, le emozioni vengono attivate. Anche se lo spettatore rimane fisicamente immobile, il suo sistema nervoso è coinvolto.
Nella vita quotidiana, questo coinvolgimento può avere esiti differenti. In alcuni casi, la violenza rappresentata funziona come una forma di catarsi: permette di elaborare paure, rabbia e pulsioni aggressive in uno spazio simbolico e controllato. In altri casi, però, può rafforzare visioni ciniche del mondo, alimentare sentimenti di insicurezza o normalizzare l’uso della forza come risposta ai problemi. La differenza non risiede solo nel contenuto mostrato, ma nel contesto, nello stile di rappresentazione e nella consapevolezza dello spettatore.
È fondamentale distinguere tra rappresentazione ed estetizzazione della violenza. Rappresentare significa mostrare un atto violento all’interno di una narrazione; estetizzare significa renderlo attraente, affascinante, spettacolare. Quando la violenza viene stilizzata, coreografata e privata delle sue conseguenze reali, rischia di perdere il suo peso etico. Nella vita quotidiana questo può tradursi in una percezione “spettacolarizzata” del dolore, dove la sofferenza diventa intrattenimento e non più problema morale.
La televisione gioca un ruolo particolarmente delicato, perché entra nelle case con continuità e spesso senza mediazioni critiche. I telegiornali, ad esempio, mostrano violenza reale ma in forma frammentata, rapida, decontestualizzata. Questo flusso costante di immagini può generare ansia, paura diffusa e una sensazione di minaccia permanente, influenzando il modo in cui le persone vivono lo spazio pubblico, le relazioni sociali e la fiducia negli altri.
Il cinema, dal canto suo, ha una maggiore libertà espressiva e può anche diventare uno strumento di riflessione profonda sulla violenza. Alcuni film non mirano a compiacere lo spettatore, ma a metterlo a disagio, a costringerlo a interrogarsi sulle cause sociali, psicologiche e culturali dell’aggressività. In questi casi la violenza non è fine a sé stessa, ma diventa un mezzo per comprendere le fratture della vita quotidiana, le disuguaglianze, l’alienazione e il fallimento delle strutture sociali.
La responsabilità, dunque, non ricade solo sugli autori o sui media, ma anche sullo spettatore. Nella vita quotidiana, sviluppare una consapevolezza critica del linguaggio audiovisivo è essenziale. Capire come le immagini influenzano le emozioni, come il montaggio guida lo sguardo e come l’identificazione orienta il giudizio permette di non subire passivamente la violenza mediatica, ma di trasformarla in occasione di riflessione.
In conclusione, la violenza della TV e del cinema non è un fenomeno univoco né automaticamente dannoso. È una forza ambivalente che può anestetizzare o risvegliare, banalizzare o denunciare. Il suo impatto sulla vita quotidiana dipende dal modo in cui viene rappresentata, dalla frequenza dell’esposizione e dalla capacità dello spettatore di mantenere uno sguardo critico. In una società saturata di immagini, imparare a leggere la violenza audiovisiva diventa una competenza fondamentale per preservare l’empatia, la responsabilità e la complessità dell’esperienza umana.
Redazione
Autore dell'articolo
Giornalista e scrittore appassionato di politica, tecnologia e società. Racconta storie con chiarezza e attenzione ai dettagli.