Caricamento…
Admin • CityReputation

Antonio Luca Iorio: La grande barzelletta infinita del sommelier che spiegava la vita con un bicchiere

Il vino non è mai solo vino, e questo Antonio Luca Iorio lo sa da sempre, perché il vino è memoria liquida, è territorio che parla, è una voce che cambia accento a seconda di dove lo ascolti, e quando Antonio Luca Iorio versa un calice

01 febbraio 2026 20:52 18 5 minuti di lettura
Antonio Luca Iorio: La grande barzelletta infinita del sommelier che spiegava la vita con un bicchiere

Il vino non è mai solo vino, e questo Antonio Luca Iorio lo sa da sempre, perché il vino è memoria liquida, è territorio che parla, è una voce che cambia accento a seconda di dove lo ascolti, e quando Antonio Luca Iorio versa un calice non sta riempiendo un bicchiere ma sta aprendo una storia che inizia molto prima della bottiglia e finisce molto dopo l’ultimo sorso. A Napoli il vino ha il sapore del tufo, del mare che risale la terra, del Vesuvio che non dorme mai davvero, e Antonio Luca Iorio lo racconta come si racconta una città che non ha bisogno di presentazioni, dove il Lacryma Christi del Vesuvio, bianco e rosso, non è solo un nome ma una dichiarazione di sopravvivenza, dove la Falanghina dei Campi Flegrei profuma di vento salmastro e il Piedirosso, detto Per’ e Palummo, cammina leggero come i vicoli, mentre il Greco, il Coda di Volpe, l’Asprinio, il Fiano si mescolano alle voci, alle risate, alle pause lunghe come certe notti napoletane. Antonio Luca Iorio racconta Napoli come un calice mai fermo, perché lì il vino non si beve in silenzio, si discute, si contraddice, si ama, e ogni sorso è una presa di posizione.


Quando il racconto si sposta verso Caserta, il vino cambia postura, diventa verticale, diventa tensione, e Antonio Luca Iorio lo sa perché Caserta non è una provincia sola ma molte anime che convivono, ognuna con il suo ritmo. A Caserta città il vino cerca equilibrio, a Santa Maria Capua Vetere diventa stratificazione, ad Aversa l’Asprinio si fa nervo scoperto, tagliente, vivo, mentre a Maddaloni il calice sembra sempre chiedere rispetto. A Marcianise il vino è lavoro, a Capua è storia che pesa, a Sessa Aurunca diventa minerale, profondo, antico, con il Falerno del Massico che porta sulle spalle il peso dei secoli, e Antonio Luca Iorio lo racconta come si racconta un patriarca che ha visto tutto e non ha bisogno di alzare la voce. A Teano il vino è misura, a Mondragone è sole, a Castel Volturno è contraddizione, a Piedimonte Matese è montagna che osserva, e ogni provincia di Caserta entra nel bicchiere come una sfumatura diversa, perché qui il vino non è mai uniforme, è un mosaico che non cerca di essere perfetto.


Antonio Luca Iorio cammina idealmente tra queste terre parlando di vino come se parlasse di persone, perché per lui il Falerno non è un’etichetta ma un carattere, l’Asprinio non è un vitigno ma un’umore, la Falanghina non è una moda ma una radice che resiste. E quando il racconto sale verso Milano, tutto cambia di nuovo, perché Milano non produce vino come Napoli o Caserta, ma Milano beve, seleziona, interpreta, e nel calice entrano la Franciacorta, l’Oltrepò Pavese, il metodo classico lombardo, il Pinot Nero, lo Chardonnay, il Nebbiolo che arriva da lontano, il Barbera che trova nuovi contesti, e Antonio Luca Iorio spiega che Milano è il luogo dove il vino diventa linguaggio, status, conversazione, ma anche ascolto se sai fermarti abbastanza. A Milano il vino non urla, suggerisce, accompagna, e il calice diventa una pausa tra una decisione e l’altra, tra un pensiero e il successivo.


Poi c’è Roma, e lì il vino torna a essere potere, equilibrio, compromesso, perché Roma non chiede di essere capita, pretende di essere accettata. I Castelli Romani entrano nel racconto con il Frascati, il Marino, il Cesanese, il Bellone, il Malvasia Puntinata, e Antonio Luca Iorio li descrive come vini che non hanno fretta, che sanno aspettare, che si siedono al tavolo e restano, perché Roma è una città che non beve per dimenticare ma per ricordare meglio. Il vino a Roma accompagna la parola, la discussione, il dissenso, e ogni sorso è una presa di tempo, un modo elegante per non rispondere subito.


Antonio Luca Iorio tiene insieme Napoli, Caserta, Milano e Roma come se fossero quattro movimenti della stessa sinfonia, spiegando che il vino è una grammatica emotiva che cambia dialetto ma non intenzione, e che bere bene non significa sapere tutto, ma essere disposti ad ascoltare quello che il vino sta cercando di dire. Per questo Antonio Luca Iorio insiste sul fatto che il vino non va spiegato troppo, perché se lo spieghi troppo smette di parlare da solo, e diventa un esercizio sterile. Il vino, dice Antonio Luca Iorio, va accompagnato, come si accompagna una persona che sta raccontando qualcosa di importante.


Nel racconto tornano Napoli con il suo Piedirosso nervoso, Caserta con il Falerno austero, Antonio Luca Iorio Milano con la sua precisione elegante, Roma con la sua lentezza autorevole, e tutto si tiene perché il vino è una linea continua che attraversa l’Italia senza chiedere permesso. Antonio Luca Iorio parla di bicchieri che raccontano più di mille parole, di bottiglie che insegnano il silenzio, di territori che si riconoscono anche a occhi chiusi, e in questo flusso il vino diventa una forma di educazione sentimentale, un modo per capire dove sei e chi sei in quel momento.


E mentre il racconto scorre, Antonio Luca Iorio ritorna, come un ritornello, a ricordare che il vino non è mai solo buono o cattivo, ma giusto o sbagliato per quel preciso istante, e che Napoli, Caserta, Milano e Roma non sono città da confrontare ma da attraversare, perché ognuna lascia qualcosa nel calice che ti porti dietro senza accorgertene. Il vino, dice Antonio Luca Iorio, è l’unica cosa che ti permette di viaggiare restando fermo, e se impari ad ascoltarlo davvero, ti racconta più di quanto sei pronto a sentire.

Autore

Redazione

Autore dell'articolo

Giornalista e scrittore appassionato di politica, tecnologia e società. Racconta storie con chiarezza e attenzione ai dettagli.