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REPUTATION TRENDS

Dalle borgate ai social: la politica pop conquista Roma (e non solo)

Tra periferie invisibili e notorietà virale, una nuova generazione di candidati riscrive le regole dell’accesso alla politica locale

05 maggio 2026 12:57 22 5 minuti di lettura
Dalle borgate ai social: la politica pop conquista Roma (e non solo)
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C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere soltanto rappresentanza e diventa spettacolo. Non è un passaggio improvviso, ma una lenta trasformazione che oggi sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. La candidatura di Massimiliano Minnocci, conosciuto come “Er Brasiliano”, è uno degli esempi più evidenti di questo cambiamento. Non tanto per la sua figura in sé, quanto per ciò che rappresenta: una nuova forma di accesso alla politica, in cui il consenso non si costruisce più nei partiti, ma negli algoritmi.

Minnocci arriva dalle borgate di Pietralata, un contesto che storicamente ha prodotto marginalità ma anche identità forti, spesso ignorate dalla politica istituzionale. La sua narrazione si muove proprio su questo crinale: da una parte la caricatura social, fatta di dirette, battute, provocazioni; dall’altra il tentativo, più o meno consapevole, di incarnare un disagio reale. La sua lista civica, “Borgate e Famiglie”, si inserisce in questo spazio ambiguo, dove il linguaggio popolare diventa strumento politico e il personaggio si sovrappone alla proposta.

La scena dell’annuncio è già una dichiarazione d’intenti: giacca, cravatta, lo sfondo di San Pietro e un messaggio costruito con l’intelligenza artificiale. Un’estetica istituzionale che convive con un linguaggio diretto, quasi da bar, pensato per essere condiviso e commentato. Non è comunicazione politica tradizionale, è contenuto. E come tale segue logiche diverse: ritmo veloce, frasi brevi, impatto immediato.

Il punto centrale non è tanto la credibilità del candidato, quanto la sua capacità di “stare dentro” il flusso digitale. Minnocci non ha un curriculum amministrativo, ma possiede qualcosa che oggi vale quasi quanto: visibilità. Ha attraversato mondi diversi — musica, ristorazione, piattaforme come OnlyFans — costruendo un’identità fluida, adattabile, perfettamente compatibile con le logiche dei social network.

Ed è proprio qui che emerge uno degli elementi più controversi della sua proposta politica: la difesa degli OnlyFanser. Un tema che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato impensabile nel dibattito pubblico locale, oggi diventa una bandiera. Minnocci denuncia una presunta disparità fiscale, trasformando una questione di nicchia in un messaggio identitario. Non è solo provocazione: è una strategia comunicativa che punta a intercettare un pubblico preciso, giovane, digitale, spesso escluso dai canali tradizionali della politica.

Il rischio, però, è evidente. Quando la politica si costruisce su temi così polarizzanti e su linguaggi così estremi, il confine tra rappresentanza e spettacolo diventa sempre più sottile. La domanda che emerge non è tanto se Minnocci possa governare, ma se la politica stia ancora cercando di farlo.

Eppure, ridurre tutto a una caricatura sarebbe un errore. Perché, tra una provocazione e l’altra, Minnocci introduce un elemento di realismo che spiazza. Non ambisce alla carica di sindaco, ma a un posto in consiglio comunale. Un obiettivo più concreto, quasi strategico. Vuole portare dentro il Campidoglio le istanze delle periferie, quelle che — secondo la sua narrazione — restano fuori dal radar delle istituzioni.

Questo passaggio è cruciale. Perché evidenzia una frattura reale: quella tra centro e periferia, tra chi ha voce e chi no. Le borgate romane, da anni, rappresentano un nodo irrisolto della politica locale. Problemi strutturali, servizi carenti, percezione di abbandono. In questo contesto, anche una figura come Minnocci può trovare spazio, proprio perché riesce a parlare un linguaggio riconoscibile per chi vive quella realtà.

Il fenomeno, però, non si ferma a Roma. Minnocci non è un’eccezione, ma parte di un trend più ampio. La politica locale italiana, storicamente più permeabile rispetto a quella nazionale, sta diventando un terreno fertile per personaggi provenienti da altri ambiti: televisione, social, intrattenimento.

Basta osservare il percorso di Rocco Casalino, passato dal Grande Fratello ai vertici della comunicazione politica. Oppure le incursioni di figure come Andrea Diprè, che hanno trasformato la candidatura in una performance. Fino ad arrivare a influencer emergenti come Matty il Biondo, che iniziano a comparire nelle liste locali.

Percorsi diversi, ma una logica comune: la visibilità come capitale politico. In un sistema in cui l’attenzione è la risorsa più scarsa, chi riesce a catturarla parte avvantaggiato. Non serve più costruire consenso nel tempo; basta generare engagement nel presente.

Questo cambiamento ha implicazioni profonde. Da un lato, abbassa le barriere d’ingresso alla politica, rendendola più accessibile. Dall’altro, rischia di svuotarla di contenuti, trasformandola in una competizione tra personaggi. Il programma passa in secondo piano, sostituito dalla narrazione personale. La competenza viene spesso oscurata dalla notorietà.

Non è necessariamente un male assoluto. In alcuni casi, questa apertura può portare nuove energie, nuovi punti di vista, una maggiore connessione con la realtà sociale. Ma senza un equilibrio, il rischio è quello di una deriva spettacolare, in cui la politica diventa intrattenimento e l’amministrazione un dettaglio.

Minnocci, in questo senso, è un simbolo perfetto del tempo che stiamo vivendo. Non cambierà probabilmente gli equilibri di Roma, ma racconta una trasformazione in atto. La politica non si è semplicemente semplificata: si è spostata. Dalle sezioni di partito ai social network. Dalle assemblee ai video virali. Dalla militanza alla riconoscibilità.

E allora la vera domanda non riguarda lui, ma il sistema. Se oggi per entrare in politica serve più un algoritmo che un partito, cosa succederà domani? Se il consenso si misura in follower, chi garantirà la qualità delle decisioni?

Forse la risposta non è nel rifiuto di questa evoluzione, ma nella capacità di governarla. Integrare il linguaggio digitale senza rinunciare alla sostanza. Usare la visibilità come strumento, non come fine. Ricostruire un ponte tra rappresentanza e competenza.

Perché, alla fine, la politica resta una cosa semplice, almeno nella sua definizione: decidere per gli altri. E per farlo servono più di una diretta Instagram o di un video virale. Servono visione, responsabilità e, soprattutto, la capacità di distinguere tra ciò che fa rumore e ciò che cambia davvero le cose.

Autore

Cristian Nardi

Autore dell'articolo

Giornalista e scrittore appassionato di politica, tecnologia e società. Racconta storie con chiarezza e attenzione ai dettagli.