Come cancellare notizie false, fake news e video diffamatori da Google e dal web: diritti, leggi e strumenti di tutela della reputazione

La cancellazione delle notizie online è oggi uno strumento fondamentale per tutelare reputazione, privacy e identità digitale. Attraverso procedure legali e tecniche SEO avanzate è possibile rimuovere, deindicizzare o limitare la diffusione di contenuti lesivi dai motori di ricerca e dal web.

13 gennaio 2026 09:11 14
Come cancellare notizie false, fake news e video diffamatori da Google e dal web: diritti, leggi e strumenti di tutela della reputazione
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Flaminio

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Il primo punto fondamentale da chiarire è che non tutto ciò che è pubblicato online è automaticamente lecito. Una notizia può essere stata vera in origine e diventare illecita nel tempo; un video può essere autentico ma diffuso senza consenso; un contenuto può essere falso, manipolato o costruito per danneggiare intenzionalmente la reputazione di una persona. In tutti questi casi, la legge prevede strumenti concreti di intervento.


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La cornice giuridica principale è il Regolamento UE 2016/679 (GDPR), che disciplina il trattamento dei dati personali e introduce il cosiddetto diritto alla cancellazione, noto anche come diritto all’oblio. L’articolo 17 del GDPR stabilisce che l’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano quando tali dati non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti, quando sono trattati illecitamente, quando risultano inesatti, oppure quando la loro diffusione arreca un pregiudizio sproporzionato ai diritti e alle libertà fondamentali della persona.




Nel contesto della web reputation, questo principio assume un valore centrale. Una fake news, per definizione, è un’informazione non vera o gravemente distorta. Se collegata a una persona identificabile, costituisce trattamento illecito di dati personali. Lo stesso vale per i video manipolati, per i montaggi fuorvianti, per i contenuti diffusi senza consenso o per le ripubblicazioni incontrollate di materiale che non ha più alcuna rilevanza pubblica.


Accanto al GDPR, il sistema italiano offre ulteriori strumenti di tutela. Il Codice della Privacy (D.lgs. 196/2003, come modificato dal D.lgs. 101/2018) rafforza il diritto alla protezione dei dati personali e attribuisce al Garante per la Protezione dei Dati Personali poteri ispettivi e sanzionatori. Il Garante può ordinare la cancellazione o la deindicizzazione dei contenuti, imporre limiti al trattamento e sanzionare i titolari che non rispettano i diritti degli interessati.


Un altro pilastro giuridico è rappresentato dalla giurisprudenza europea, in particolare dalla storica sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014 (caso Google Spain), che ha riconosciuto il diritto degli individui a ottenere la rimozione dai risultati di ricerca di link contenenti informazioni non più pertinenti, inesatte o eccessive rispetto alle finalità per cui erano state pubblicate. Da quel momento, il diritto all’oblio è diventato uno strumento operativo e non solo teorico.


È fondamentale distinguere tra rimozione del contenuto alla fonte e deindicizzazione dai motori di ricerca. La rimozione alla fonte avviene quando il contenuto viene cancellato direttamente dal sito che lo ospita, dal social network o dalla piattaforma video. La deindicizzazione, invece, consiste nell’eliminare il collegamento tra il nome della persona e quel contenuto nei risultati dei motori di ricerca. Anche se il contenuto resta online, non è più facilmente reperibile tramite una ricerca nominale, riducendo drasticamente l’impatto reputazionale.


Nel caso di fake news e video diffamatori, l’azione più efficace è spesso combinata. Si procede prima con una diffida legale al titolare del sito o della piattaforma, contestando la falsità o l’illiceità del contenuto, e successivamente con una richiesta formale di deindicizzazione al motore di ricerca. Google, ad esempio, mette a disposizione moduli specifici per la segnalazione di contenuti lesivi della reputazione, ma la valutazione non è automatica: è necessaria un’argomentazione giuridica solida, basata su norme precise e su un bilanciamento corretto tra diritto all’informazione e diritto alla privacy.


Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il fattore tempo. La legge riconosce che l’interesse pubblico a conoscere una notizia si attenua con il passare degli anni. Anche un fatto di cronaca reale può diventare sproporzionato se continua a emergere in prima pagina dopo molto tempo, soprattutto quando la persona coinvolta ha scontato eventuali conseguenze legali, è stata assolta, o il fatto non è più rappresentativo della sua identità attuale. In questi casi, la permanenza online del contenuto può configurare una violazione del principio di proporzionalità.


I video rappresentano una categoria particolarmente delicata. La diffusione di immagini senza consenso, la ripubblicazione di filmati privati, i deepfake e i contenuti manipolati rientrano spesso nella violazione dell’articolo 10 del Codice Civile, che tutela il diritto all’immagine, oltre che nelle norme penali sulla diffamazione e sul trattamento illecito dei dati. La rimozione di un video può essere richiesta sia per violazione della privacy sia per danno reputazionale, indipendentemente dal numero di visualizzazioni raggiunte.


Un ulteriore livello normativo è introdotto dal Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo sui servizi digitali, che impone alle grandi piattaforme obblighi più stringenti in materia di moderazione dei contenuti e gestione delle segnalazioni. Le piattaforme sono ora tenute a rispondere in tempi ragionevoli, motivare le decisioni e garantire procedure di reclamo trasparenti. Questo rafforza in modo significativo la posizione di chi chiede la rimozione di fake news o video lesivi.

Dal punto di vista pratico, la cancellazione di notizie false dal web non è un atto istantaneo, ma un processo strutturato. Richiede analisi del contenuto, valutazione giuridica, individuazione dei soggetti responsabili del trattamento, redazione di istanze motivate e, in alcuni casi, l’intervento dell’autorità giudiziaria o del Garante Privacy. Le richieste generiche o emotive raramente ottengono risultati; quelle fondate su norme precise, giurisprudenza e argomentazioni tecniche hanno invece un’elevata probabilità di successo.


È importante chiarire che la libertà di stampa e di espressione non è assoluta. La stessa Costituzione italiana la bilancia con il rispetto della dignità umana, della reputazione e della vita privata. Quando un contenuto supera il confine dell’informazione e diventa lesivo, ingannevole o sproporzionato, la tutela della reputazione prevale. Questo principio è ormai consolidato sia nei tribunali italiani sia in quelli europei.


In conclusione, cancellare notizie fake e video diffamatori da Google e dal web è possibile, ma richiede competenza, metodo e conoscenza approfondita delle leggi. Il diritto all’oblio, la protezione dei dati personali, il diritto all’immagine e le nuove normative digitali costituiscono un sistema integrato di difesa della reputazione. In un contesto in cui l’identità online incide direttamente sulla vita reale, sulla carriera e sulle relazioni sociali, la gestione legale della web reputation non è più un’opzione, ma una necessità concreta e strategica.

Domande frequenti

Sì, è possibile. Quando una notizia è falsa, inesatta o diffamatoria, può essere richiesta la deindicizzazione dai risultati di ricerca di Google e, in alcuni casi, anche la rimozione del contenuto alla fonte. La base giuridica è l’articolo 17 del GDPR, che tutela il diritto alla cancellazione dei dati personali trattati illecitamente.
La rimozione consiste nella cancellazione del contenuto direttamente dal sito o dalla piattaforma che lo ospita. La deindicizzazione, invece, elimina il collegamento tra il nome della persona e quel contenuto dai motori di ricerca. Anche se il contenuto resta online, non è più facilmente rintracciabile tramite ricerche nominali, riducendo l’impatto reputazionale.
Sì, in determinati casi. Una notizia può essere stata vera al momento della pubblicazione ma diventare illecita col passare del tempo se non è più attuale, pertinente o proporzionata. La giurisprudenza europea riconosce che il diritto all’informazione deve essere bilanciato con il diritto alla privacy e alla reputazione personale.
I video diffamatori, manipolati o pubblicati senza consenso possono essere rimossi per violazione della privacy, del diritto all’immagine e del GDPR. È possibile agire contro la piattaforma che ospita il video, contro il soggetto che lo ha pubblicato e richiedere la deindicizzazione dai motori di ricerca se il video è associato al nome della persona.
Le fake news diventano illegali quando ledono diritti fondamentali come reputazione, dignità, onore o privacy. Se una fake news identifica una persona e diffonde informazioni false o distorte, configura un trattamento illecito di dati personali e può essere oggetto di rimozione e di azione legale.
Le principali norme sono il GDPR (Regolamento UE 2016/679), il Codice della Privacy italiano, l’articolo 10 del Codice Civile sul diritto all’immagine, le norme sulla diffamazione e la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE sul diritto all’oblio. A queste si aggiunge il Digital Services Act, che impone obblighi più severi alle piattaforme digitali.
In caso di rifiuto è possibile presentare un’istanza al Garante per la Protezione dei Dati Personali oppure ricorrere all’autorità giudiziaria. Spesso i rifiuti derivano da richieste poco argomentate: una richiesta correttamente motivata dal punto di vista legale ha maggiori probabilità di successo.
Sì, se il contenuto viola la normativa sulla privacy, il diritto all’immagine o risulta manifestamente diffamatorio. Con il Digital Services Act, le piattaforme hanno l’obbligo di gestire le segnalazioni in modo trasparente e tempestivo, motivando le decisioni e offrendo strumenti di ricorso.
È possibile agire autonomamente, ma i casi di fake news e video diffamatori richiedono spesso competenze legali e tecniche specifiche. Un supporto professionale consente di individuare la strategia più efficace, evitare errori procedurali e aumentare significativamente le possibilità di ottenere la cancellazione o la deindicizzazione dei contenuti lesivi.
Non esiste un tempo fisso. In alcuni casi la deindicizzazione può avvenire in poche settimane, in altri sono necessari mesi, soprattutto se si coinvolgono autorità o procedimenti legali. Il fattore determinante è la qualità giuridica della richiesta e la complessità del caso.

Redazione

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Giornalista e scrittore appassionato di politica, tecnologia e società. Racconta storie con chiarezza e attenzione ai dettagli.

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