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Qualità della vita in Italia oggi: un Paese che ci prova, ma non ce la fa ancora

Un Paese sospeso tra segnali di ripresa e disuguaglianze strutturali: i dati del 2025-2026 raccontano un'Italia che migliora ai margini, ma non cambia nel profondo

27 aprile 2026 07:54 46 10 minuti di lettura
Qualità della vita in Italia oggi: un Paese che ci prova, ma non ce la fa ancora

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● in analisi


C'è una fotografia dell'Italia che torna puntuale ogni anno, e ogni anno racconta la stessa storia con leggere variazioni ai margini. È la fotografia della qualità della vita, misurata provincia per provincia, indicatore per indicatore, euro per euro e anno di vita sana per anno di vita sana. Il ritratto che emerge dall'insieme delle grandi indagini condotte tra il 2025 e i primissimi mesi del 2026 è quello di un Paese che, come scrive il Sole 24 Ore nella sua 36esima edizione dedicata al benessere nei territori, "ci prova". Un paese che registra qualche segnale di miglioramento, che in certi angoli riesce persino a sorprendere. Ma che non riesce ancora — e su questo i dati sono brutalmente chiari — a sanare le fratture profonde che lo attraversano da decenni.


Nell'edizione 2025 dell'indagine sul benessere nei territori emerge il ritratto di un Paese che registra una serie di miglioramenti: nelle retribuzioni, nota dolente anche nel confronto europeo; nell'occupazione; nella sostenibilità. Dati che non bastano a sanare gap strutturali né a invertire dinamiche complesse e radicate, ma segnano un primo passo. È questa la formula che il giornale economico più autorevole del Paese usa per descrivere ciò che i suoi novanta indicatori statistici restituiscono: un primo passo. Appena un primo passo, dopo anni di stallo e polarizzazione crescente.


Partiamo dall'alto della classifica, perché anche lì c'è qualcosa da capire. Trento torna sul gradino più alto del podio della classifica sulla Qualità della vita 2025, con Bolzano e Udine a completare il podio. La top 10 è dominata dal Nord Italia: Bologna al quarto posto è seguita da Bergamo, e a completare le prime dieci posizioni ci sono Treviso, Verona, Milano, Padova e Parma. Non è una novità. Non lo è da trentasei anni. Il Triveneto e l'arco alpino continuano a rappresentare il modello di benessere italiano, quello che funziona, quello che offre servizi, lavoro, sicurezza e anche qualcosa di meno misurabile: la sensazione di vivere bene. È proprio nelle province di Trento e Bolzano che si rileva il più elevato livello di soddisfazione per la vita, espresso dal 61,9% dei cittadini. Quasi due su tre, in quei territori, si dicono soddisfatti della propria esistenza. È un numero che, a confronto con il resto del Paese, suona quasi irreale.


Quello che cambia rispetto al passato, o almeno quello che le due grandi indagini parallele — quella del Sole 24 Ore e quella di ItaliaOggi con l'Università La Sapienza — sembrano suggerire, è una leggera compressione verso il centro della classifica. La classifica restituisce un'Italia meno polarizzata rispetto agli anni precedenti. Rispetto al 2024, la media della classifica generale è scesa di 30 punti, ma alcune province del Sud, come Cagliari e Lecce, mostrano segni di resilienza che un tempo sembravano impossibili. Non si tratta di un ribaltamento, ma di un riequilibrio. È una distinzione importante: non è che il Sud sta recuperando in modo significativo sul Nord, è che i picchi negativi si stanno attenuando leggermente, mentre i picchi positivi rallentano la loro corsa. L'Italia si schiaccia verso la mediocrità condivisa più che avanzare verso l'eccellenza diffusa.


Sul piano economico, i segnali sono misti nel modo più tipicamente italiano. Le retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti sono cresciute di 703 euro, passando da 20.328 a 21.032 euro, con picchi di poco meno di 2.000 euro di aumento a Milano e, di contro, un calo a Vibo Valentia. Si tratta di un miglioramento reale, ma bisogna contestualizzarlo. In sei anni, da gennaio 2019 fino alla fine del 2024, la crescita delle retribuzioni contrattuali per dipendente è stata pari al 10,1%, a fronte di un aumento dell'inflazione pari al 21,6%, con una perdita del potere d'acquisto stimata al 10,5%. In altre parole, gli italiani guadagnano nominalmente di più, ma comprano meno di quanto compravano prima della pandemia. Il benessere economico percepito non coincide affatto con i numeri del recupero delle buste paga.


La questione della povertà è forse il nodo più drammatico che l'Italia si porta dietro e che le indagini del 2025 e del 2026 rendono ancora più evidente. In Italia oltre un abitante su cinque vive a rischio di povertà o di esclusione sociale: sono 13,3 milioni di persone, stando ai nuovi dati Istat. La quota delle persone a rischio di povertà resta sostanzialmente stabile all'18,6%, e continua a coinvolgere oltre 10,9 milioni di individui, mentre aumenta leggermente la quota di chi si trova in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, salita dal 4,6% al 5,2%. Tre milioni di persone, secondo questi dati, hanno difficoltà concrete a mettere in tavola un pasto adeguato, a pagare l'affitto o ad affrontare una spesa imprevista. Non sono numeri astratti: sono vicini, colleghi, famiglie.


Accanto alle condizioni di povertà assoluta e relativa che si stanno cronicizzando, emergono diverse forme di disagio e vulnerabilità. Situazioni meno visibili, sfumate, intermedie, ma che coinvolgono sempre più famiglie, giovani e anziani. È un'area grigia che cresce in silenzio, composta da persone formalmente integrate, ma materialmente fragili e a serio rischio di scivolare nel baratro. È la cosiddetta "quasi povertà", il limbo in cui si trova una fetta crescente della popolazione italiana: non abbastanza povera da accedere agli aiuti, non abbastanza stabile da sentirsi al sicuro.


La dimensione del lavoro aggrava invece che attenuare questo quadro. Avere un impiego non basta per essere al sicuro dall'indigenza, tra part time involontario, lavoro nero e precario. Un quinto dei lavoratori è a basso reddito, e questa quota sale al 28,3% tra chi ha meno di 35 anni e al 38,2% per gli stranieri. Il lavoro povero è una realtà strutturale del mercato del lavoro italiano, non un'emergenza passeggera. E si combina con un tasso di occupazione che, nonostante i progressi, rimane il più basso dell'Ue a 27: nel 2024 è pari al 62,2% tra i 15 e i 64 anni, con un divario di oltre 15 punti percentuali con la Germania e quasi 7 punti con la Francia. Il divario è particolarmente ampio tra i giovani tra i 15 e i 24 anni: 19,7%, con un gap di oltre 31 punti rispetto alla Germania.


Questa è la premessa strutturale da cui nasce uno dei fenomeni più emblematici e dolorosi della crisi italiana: l'emigrazione giovanile. Ogni anno oltre 100.000 italiani trasferiscono la propria residenza all'estero, e la quota di giovani laureati tra questi è in costante aumento. Non si tratta più soltanto di una fuga di cervelli legata alla ricerca accademica: il fenomeno coinvolge professionisti di ogni settore, attratti da opportunità lavorative, retribuzioni più competitive e una qualità della vita percepita come superiore in molti Paesi europei ed extraeuropei. Un'analisi dell'Eurispes stima in almeno 34.700 i giovani che si trasferiscono all'estero ogni anno e in 1,66 miliardi di euro la perdita economica di Pil dovuta a questo esodo. L'analisi parla di anomalia italiana: un Paese con Pil da economia avanzata che offre condizioni per i giovani da periferia europea.


Il confronto con i salari degli altri Paesi è impietoso. Un ingegnere informatico con cinque anni di esperienza guadagna in Italia mediamente tra 30.000 e 38.000 euro lordi annui, mentre in Germania la stessa figura professionale percepisce tra 55.000 e 70.000 euro, e nei Paesi Bassi tra 50.000 e 65.000 euro. A questo si aggiunge un cuneo fiscale tra i più elevati d'Europa, che riduce ulteriormente quanto arriva in busta paga. Il risultato è che le generazioni più formate, quelle in cui il Paese ha investito anni di istruzione pubblica, tendono a costruire la propria vita altrove. E chi rimane lo fa spesso rinunciando a prospettive che i propri coetanei europei considerano scontate.


Il divario geografico interno al Paese rimane la ferita più antica e più resistente. Per individuare la prima provincia meridionale nella classifica generale bisogna scendere fino al 39esimo posto di Cagliari. Le ultime 22 posizioni sono tutte occupate da territori del Sud, confermando un divario che in 36 edizioni dell'indagine non ha accennato a sanarsi. Reggio Calabria registra addirittura un peggioramento: se nel 2024 era oltre la centesima posizione in 16 indicatori su 90, nel 2025 è oltre la posizione 100 in 27 parametri. Non è un problema di percezione o di narrazione: è una realtà certificata da decine di indicatori oggettivi, replicata ogni anno con variazioni minime. Nel Mezzogiorno il rischio di povertà ed esclusione raggiunge il 38,4% della popolazione. Le persone in grave deprivazione sono il 9,1% nel Sud, quasi il doppio rispetto alla media nazionale e oltre cinque volte di più rispetto al Nord Est.


Sul piano della salute, l'Italia presenta un paradosso tutto suo. Nel 2024 si è raggiunto un nuovo massimo storico dell'aspettativa di vita, con gli uomini che vivono in media 81,4 anni e le donne 85,5, ma a fronte di questi recuperi di longevità, conseguiti nel periodo post-pandemico, l'indicatore che stima gli anni attesi di vita in buone condizioni di salute continua a ridursi. Si vive più a lungo, ma non necessariamente meglio. E l'accesso alle cure non è affatto garantito in modo uniforme. Circa una persona su 10, il 9,9% degli italiani, nel 2024 ha rinunciato a visite o esami specialistici, principalmente a causa delle lunghe liste d'attesa e delle difficoltà a pagare le prestazioni sanitarie. La sanità pubblica, che è stata per decenni uno degli asset più importanti del modello sociale italiano, mostra segni di affaticamento che non si risolvono con gli annunci.


C'è tuttavia un settore in cui le indagini segnalano progressi trasversali e diffusi: la sanità locale, intesa come infrastruttura territoriale. Tra le nove categorie dell'indagine, la sanità è quella che nel 2025 dà il contributo più positivo. Quasi tutte le province italiane registrano un aumento di punteggio, con una crescita media di oltre 150 punti rispetto al 2024. Se anni fa erano 78 le province con risultati molto bassi in questa voce, oggi sono 34. Un progresso reale, anche se da posizioni di partenza spesso desolanti.


Lo sguardo sulle generazioni aggiunge un'ulteriore dimensione alla complessità del quadro. Le classifiche per fasce d'età mostrano un'Italia fortemente polarizzata, con un Nord protagonista assoluto e un Mezzogiorno ancora in grande difficoltà. Tra i 10 e i 15 anni, più di due ragazzi su cinque non svolgono i compiti scolastici in autonomia, e meno del 40% va a fare attività sportiva da solo. I giovani italiani crescono in un sistema che al Sud offre loro molto meno di quanto offra ai loro coetanei del Nord in termini di servizi, opportunità, spazi. E questa disuguaglianza iniziale si amplifica nel corso della vita.


La crescita dell'occupazione e il rallentamento dell'inflazione spingono verso un leggero miglioramento le condizioni di vita degli italiani nel 2025, riducendo la quota di popolazione esposta a fenomeni di povertà o esclusione sociale. Si tratta però solo di un segnale di miglioramento, in un contesto che continua a mostrare squilibri sociali significativi e che rischia di essere rimesso in discussione dalla fragilità del quadro economico del 2026. L'anno in corso si apre con incertezze legate alle tensioni geopolitiche internazionali, al rallentamento di alcuni settori chiave dell'export italiano e a una fiducia dei consumatori che stenta a consolidarsi.

C'è infine una questione che le classifiche e gli indicatori faticano a catturare in tutta la sua portata, ed è quella della coesione sociale e della percezione soggettiva del futuro. Sempre più italiani — e lo dicono le rilevazioni di soddisfazione dell'Istat — non si sentono in grado di progettare, di investire, di immaginare un miglioramento della propria condizione. La povertà di aspettative è forse la forma di povertà più insidiosa, perché non si misura con i redditi ma si sente nelle scelte quotidiane: non si fa un figlio, non si cambia lavoro, non si investe in formazione, non ci si sposta in un'altra città perché si sa già come andrà a finire.


Il ritratto dell'Italia che emerge da tutti questi dati non è quello di un Paese in crisi acuta, ma di un Paese in crisi cronica. Un Paese che funziona bene in alcune sue parti — spesso magnificamente bene, al punto da essere tra le province più vivibili d'Europa — e che in altre parti accumula ritardi decennali su ogni dimensione del benessere umano: reddito, salute, sicurezza, istruzione, ambiente. Un Paese che genera talenti e li esporta. Che costruisce eccellenze e fatica a distribuirle. Che ogni anno "ci prova", stando alla formula gentile del Sole 24 Ore, ma che ancora aspetta di riuscirci davvero.

Domande frequenti

Qual è la provincia italiana dove si vive meglio nel 2025?
Trento conquista il primo posto nella classifica del Sole 24 Ore 2025, seguita da Bolzano e Udine. Il Trentino-Alto Adige domina grazie all'equilibrio tra reddito, servizi, ambiente e coesione sociale. Il 61,9% dei residenti si dichiara soddisfatto della propria vita.
Quanti italiani sono a rischio povertà oggi?
Oltre 13 milioni di persone, più di un italiano su cinque, vivono a rischio povertà o esclusione sociale. Tre milioni si trovano in grave deprivazione materiale, con difficoltà concrete a pagare l'affitto, mangiare adeguatamente o affrontare spese impreviste. Il dato è sostanzialmente stabile da anni.
Il divario Nord-Sud si sta riducendo?
No, non in modo significativo. Le ultime 22 posizioni della classifica provinciale sono tutte occupate dal Mezzogiorno. Nel Sud il rischio di povertà raggiunge il 38,4% della popolazione, contro una media nazionale già alta. Cagliari è la prima provincia meridionale, al 39esimo posto.
Perché i giovani italiani emigrano all'estero?
Salari troppo bassi, mercato del lavoro poco meritocratico e scarse prospettive di carriera. Un ingegnere italiano guadagna mediamente la metà di un collega tedesco. Ogni anno oltre 100.000 italiani si trasferiscono all'estero, con una perdita stimata di 1,66 miliardi di PIL.
Lavorare in Italia garantisce un tenore di vita dignitoso?
Non sempre. Un quinto dei lavoratori italiani è a basso reddito. Tra i giovani sotto i 35 anni la quota sale al 28,3%. Il lavoro precario, il part-time involontario e il lavoro nero rendono il reddito da lavoro insufficiente a proteggere dall'indigenza per molte famiglie.
Come sta il sistema sanitario italiano?
Migliora nella capillarità territoriale, ma mostra crepe profonde nell'accesso. Quasi un italiano su dieci ha rinunciato nel 2024 a visite o esami specialistici per liste d'attesa troppo lunghe o costi insostenibili. Si vive più a lungo, ma gli anni in buona salute tendono a diminuire.
Quale città offre più opportunità economiche?
Milano resta il motore economico del Paese, con il valore aggiunto pro capite più alto — circa 34.400 euro — e la maggiore densità di servizi e infrastrutture. Tuttavia è anche ultima in Italia per accessibilità abitativa: il rapporto tra stipendi e prezzi delle case è insostenibile.
Come vivono i bambini e i ragazzi in Italia?
Con forti differenze territoriali. Al Nord i servizi per l'infanzia e i giovani sono tra i migliori d'Europa. Al Sud mancano strutture, opportunità sportive e autonomia quotidiana. Più di due ragazzi su cinque tra i 10 e i 15 anni non svolgono i compiti scolastici in modo indipendente.
La qualità della vita italiana sta migliorando o peggiorando?
Migliora leggermente sulla carta: occupazione in crescita, retribuzioni nominali in aumento, sanità territoriale più diffusa. Ma il potere d'acquisto reale è ancora sotto i livelli del 2007. I miglioramenti non raggiungono i più fragili, e il 2026 si apre con forti incertezze economiche globali.
Cosa manca all'Italia per fare un vero salto di qualità?
Mancano merito, mobilità sociale e politiche strutturali coraggiose. Il Paese produce eccellenze ma non le valorizza, forma talenti ma li esporta, cresce in alcune aree ma abbandona il resto. Senza ridurre il divario territoriale e generazionale, ogni miglioramento rischia di restare marginale e reversibile.
Autore

Cristian Nardi

Autore dell'articolo

Giornalista e scrittore appassionato di politica, tecnologia e società. Racconta storie con chiarezza e attenzione ai dettagli.