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Lo stadio come specchio della città: perché il calcio è diventato il nuovo strumento di reputazione urbana

Dalla vittoria sul campo alla rigenerazione dei quartieri: il nuovo report della Rome Business School dimostra come i club di calcio stiano ridisegnando l'identità delle città italiane — e perché l'Italia rischi di perdere questa partita decisiva

12 maggio 2026 06:34 47 7 minuti di lettura
Lo stadio come specchio della città: perché il calcio è diventato il nuovo strumento di reputazione urbana
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● in analisi

C'è una domanda che gli urbanisti, gli economisti e i manager sportivi si pongono sempre più spesso, e che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata stravagante: cosa dice di una città il modo in cui tratta il suo stadio? La risposta, oggi, è quasi tutto. Il calcio ha smesso di essere solo spettacolo domenicale per diventare uno degli strumenti più potenti di costruzione della reputazione urbana, un amplificatore di identità capace di attrarre investimenti, turisti e talenti con un'efficacia che nessuna campagna di marketing tradizionale riesce a eguagliare.

È questa la tesi centrale del nuovo report della Rome Business School, intitolato "Il business del calcio: tra city branding e sviluppo urbano", curato da Riccardo Nasuti, Senior Advisor con oltre vent'anni di esperienza nella Football Industry, e da Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca Divulgativo dell'istituto. Un documento che non parla solo di pallone, ma di come le città italiane stiano — nel bene e nel male — usando il calcio per raccontare se stesse al mondo.

La reputazione urbana non si costruisce più solo con i monumenti

Per secoli, la reputazione internazionale di una città è passata per il patrimonio storico, l'arte, la cucina, il paesaggio. Oggi, accanto al Colosseo e agli Uffizi, si è fatto posto qualcosa di più volatile ma altrettanto potente: la narrativa sportiva. Secondo il report, la percezione internazionale di una città influenza tra il 23% e il 37% dei flussi turistici e degli investimenti esteri. Non è un dettaglio: è un dato strutturale che ridisegna le priorità di chi governa i territori.

In questo scenario, il club di calcio non è più un soggetto separato dalla vita urbana, ma un attore centrale nella produzione di senso e di valore per la comunità. Lo stadio non è più solo l'impianto dove si gioca, ma il presidio fisico di un'identità collettiva, il luogo dove una città si mostra al mondo. E il turismo sportivo globale, che si avvia verso 1,3 trilioni di dollari entro il 2032, conferma che questa visione non è retorica: è economia concreta.

Il Territorial Power Index: misurare quello che conta davvero

Per trasformare questa visione in analisi scientifica, il report introduce uno strumento originale: il Territorial Power Index, o TPI. L'indice si fonda su tre dimensioni complementari. La prima è l'Infrastructure Investment Ratio, che misura la capacità di un club di convertire le proprie risorse economiche in asset territoriali permanenti — strutture, centri sportivi, quartieri riqualificati. La seconda è la Matchday Incidence, che calcola quanto pesa economicamente lo stadio sul fatturato complessivo del club. La terza è lo Stadium Density Ratio, che mette in relazione le presenze allo stadio con la popolazione della città ospitante.

Applicato a dodici club italiani, il TPI rivela una verità scomoda: il potere territoriale non si costruisce vincendo sul campo, ma investendo sulle infrastrutture. Un club che vince tutto ma non trasforma il proprio quartiere rimane comunque un soggetto debole nella costruzione della reputazione urbana. Un club che investe in spazi pubblici, musei, centri polivalenti e connessioni con i trasporti locali diventa, invece, un generatore strutturale di city reputation.

Tre modelli italiani, tre visioni di città

Il report delinea con chiarezza tre strategie differenti con cui i club italiani stanno interpretando — o ignorando — questa responsabilità.

Il primo modello è quello della Fiorentina, definito "Città-Campus". Con un investimento di circa 110 milioni di euro, il Viola Park non è solo un centro sportivo di eccellenza per la prima squadra e il settore giovanile: è un campus integrato nel territorio, un hub che dialoga con la comunità e trasforma il club da semplice inquilino dello stadio comunale a protagonista dello sviluppo locale. Con un fatturato di circa 130 milioni di euro e un Infrastructure Investment Ratio tra i più alti d'Europa, la Fiorentina dimostra che una città di medie dimensioni può aspirare a un posizionamento internazionale di primo piano, purché scelga di investire in modo coraggioso.

Il secondo modello è quello dell'Atalanta, definito "Performance-Led". Bergamo ha 120.000 abitanti, ma nella stagione 2023-24 il Gewiss Stadium ha registrato 3,8 ingressi per ogni residente: il dato più alto dell'intera Serie A. Il calcio dell'Atalanta ha trasformato una città industriale del Nord Italia in un caso di studio per l'intera Europa del business sportivo. Non perché Bergamo abbia improvvisamente cambiato la propria storia o la propria geografia, ma perché il successo sportivo — quando è accompagnato da investimenti coerenti nell'impianto e nell'esperienza del tifoso — riesce a generare un valore reputazionale amplificato e duraturo.

Il terzo modello è quello della Juventus, definito "Distretto Multifunzionale". La Continassa è un progetto urbanistico prima ancora che sportivo: unisce l'Allianz Stadium, il centro di allenamento, gli headquarters aziendali e spazi commerciali in un distretto integrato che funziona 365 giorni all'anno. Lo Juventus Museum è l'unico museo sportivo italiano stabilmente nella Top 50 dei musei più visitati nel Paese. È la prova che uno stadio può — e deve — essere una destinazione permanente, non solo un contenitore di partite.

Il caso Napoli: quando la reputazione precede le infrastrutture

Nessun caso, però, racconta la complessità del rapporto tra calcio e city reputation con la stessa intensità di Napoli. Lo Scudetto del 2023 ha generato un impatto economico di 320 milioni di euro per la città e 550 milioni per l'intera regione Campania. Il murales di Maradona ai Quartieri Spagnoli attira circa sei milioni di visitatori all'anno, con un incremento del 144% nella ristorazione locale del quartiere. Napoli è, in questo senso, un laboratorio unico in Europa: una città capace di trasformare l'emozione calcistica in flusso turistico con una velocità e un'intensità che non hanno paragoni.

Eppure, proprio Napoli presenta uno dei valori più bassi del campione nell'Infrastructure Investment Ratio. La macchina reputazionale gira a pieno regime, ma le fondamenta fisiche restano fragili. Come osserva Riccardo Nasuti nel report: "Napoli dimostra come il brand calcistico possa attivare valore territoriale in modo straordinariamente rapido. La sfida, oggi, è trasformare questo immenso capitale simbolico in infrastrutture fisiche e modelli sostenibili nel tempo." È la differenza tra una reputazione guadagnata e una reputazione costruita: la prima può svanire, la seconda dura.

L'ostacolo italiano: la burocrazia che ferma le città

Il paradosso italiano è lampante nei numeri. Il calcio contribuisce al PIL nazionale per 11,3 miliardi di euro, sostiene 125.000 posti di lavoro e genera 12 miliardi di euro legati al turismo. Eppure, la Serie A incassa complessivamente 2,9 miliardi di euro contro i 6,5 miliardi della Premier League inglese. Oltre il 60% degli stadi italiani ha più di quarant'anni. I ricavi da matchday — biglietteria e servizi dello stadio — si fermano al 10-12% del fatturato complessivo dei club: meno della metà rispetto ai grandi campionati europei.

Il problema non è la mancanza di investitori: oltre il 60% dei club di Serie A è già controllato da capitali stranieri, prevalentemente statunitensi. Il vero freno è la burocrazia. In Italia, costruire un nuovo stadio richiede mediamente tra i sette e i dieci anni, contro i due-quattro anni della media europea. Questo non è solo un problema sportivo: è un danno diretto alla reputazione urbana delle città italiane, che perdono opportunità di rigenerazione dei quartieri, potenziamento dei trasporti, attrazione di investimenti e visibilità internazionale.

La posta in gioco: l'Italia che guarda da fuori

Mentre l'Italia — per la terza volta consecutiva — osserva la Coppa del Mondo 2026 da spettatrice, i paesi ospitanti si preparano a incassare fino a 40,9 miliardi di dollari di PIL globale e oltre 11 miliardi di impatto economico diretto sulle sole città statunitensi, messicane e canadesi che ospitano le partite. Come sottolinea Valerio Mancini: "Il Mondiale 2026 è un laboratorio globale di sviluppo urbano. Lo sport è ormai uno strumento strategico di soft power geopolitico. Per l'Italia, osservare questo fenomeno da fuori deve essere uno stimolo a cambiare marcia."

La ricetta del report è articolata in cinque direzioni: modernizzare gli impianti trasformandoli in spazi multifunzionali aperti ogni giorno della settimana; semplificare le procedure burocratiche con sportelli unici dedicati alle infrastrutture sportive; sviluppare partenariati pubblico-privati capaci di allineare gli interessi dei club con quelli delle amministrazioni locali; integrare il calcio nelle strategie di city branding in modo strutturale, non episodico; e connettere ogni nuovo stadio ai piani di mobilità urbana sostenibile.

Il calcio italiano ha tutti gli ingredienti per diventare un motore di reputazione urbana di prima grandezza: storia, passione, talento e capitali. Quello che manca è la volontà collettiva di trattarlo per quello che è già diventato nel resto del mondo: non un gioco, ma un progetto di città.

Autore

Cristian Nardi

Autore dell'articolo

Giornalista e scrittore appassionato di politica, tecnologia e società. Racconta storie con chiarezza e attenzione ai dettagli.